I video di Share Everest 2011 presto su http://www.vimeo.com/danielenardi
In fondo parte della mia vita ha significato fare il tecnico. Ho calibrato sensori di umidità e temperatura e li ho piazzati nei sistemi automatici di produzione e di inscatolamento in diverse aziende. Adesso mi chiedono di andare a ripristinare la stazione più alta del mondo. Una stazione posizionata a colle sud a 8000m. Si unisce la passione con la tecnica. Bene dico, allora si parte! La destinazione una delle solite, il Nepal, la montagna, la più grossa di tutte, l’Everest. Quando mi chiedono se l’Everest è facile rispondo secco, senza ossigeno è tra le montagne più difficili del mondo, forse la più difficile. Neanche quest’anno qualcuno è riuscito nell’intento di scalarla senza ausilio supplementare di ossigeno. Centinaia quelli invece che lo hanno usato. Non basta che i “Doctor” dell’ICE Falll rendino agibile l’accesso ai 6000m o che Sherpa di varie spedizioni fissino centinaia di metri di corda, nessuno c’è riuscito, neanche Steck. Certo era stanco immagino dai due 8000 in velocità precedenti, ma, ad 8700m ha fatto dietro front. In fondo anche noi abbiamo fatto due volte colle sud. Alla seconda il vento ci ha fermato, ma la nostra è una storia diversa, eravamo lì per lavorare., per la scienza Italiana…è uno sporco lavoro, quello della ricerca, ma qualcuno dovrà pur aiutarla, no?
E’ divertente pensare che il giorno prima della partenza avevo riacceso la croce di Sezze. Sapete la passione di Cristo? A Sezze, il mio paese natale, c’è una croce che la rappresenta, alta più di sessanta m. Ebbene, il giorno prima ero salito su quella croce per sostituire una lampadina. Divertente pensare dalla vetta della Croce di Sezze per cambiare una lampadina a colle sud ( 8000m ) sull ‘Everest per il CNR a cambiare una stazione meteorologica.
Mi hanno chiesto quale è stata la cosa più difficile “ Superare la febbre virale del Khumbu, recuperare tre giorni a letto con 39 e mezzo di febbre, far smaltire gli antibiotici, non mollare ( www.ClimbYourSelf.com ), avrei potuto, salire diretto a campo 2 ed accompagnare il Berna a campo 4 ad 8000m dopo pochi giorni, questa è stata la cosa più dura! Il resto poi è stata una passeggiata di salute.”.
Il seguito non è stato proprio così, un conto è camminare con il vento un conto avvitare viti, issare pali, stringere morsetti e sperare che tutto sia andato bene. Lo sanno i nostri predecessori, Gnaro, Enzio e Confortola, la loro era ancora in fase sperimentale e ci hanno passato in un certo senso l’esperienza che serve e a chi ripete per essere ancora più preciso. E’ grazie a loro se ora quei due pali sono in piedi, se la stazione è migliorata. Quanto rimarrà in piedi questa volta? Io non lo so ma spero tanto. Ho ancora un po’ di fremito allo stomaco. Continuo a ripassare a memoria i movimenti per ricordare se ho dimenticato qualche passo nel montaggio, nel serrare se manca qualcosa. Nulla…almeno sembra.
La parte che più mi ha divertito invece è stato fare le riprese, mi diverte, mi emoziona riguardare le immagini, ascoltare le voci e siccome piace a pochi soffrire in quota per farle io le faccio. E cerco di fare del mio meglio come in tutte le cose. Poi vabbeh qualche volta faccio casini ma a chi non capita scagli la prima pietra. Everest, 8000m, sembra quasi tutto un gioco ormai. Sali e scendi tanto è facile ed intanto, ogni tanto qualcuno si fa male. Qualcuno si gioca il naso, altri le palle, poi scopri che non è necessario l’Everest basta il Lhotse. Noi abbiamo parlato ad 8000m, poi ho sentito le registrazioni, era tutto diverso da quello che ricordavamo. Forse i giornalisti, soprattutto quelli amici avrebbero dovuto capire.Fa freddo in quota, di ossigeno ce n’è poco, poi abbiamo bisogno di parlare, a volte non lo sappiamo neanche noi. E’ ben sottile il confine e non ci piace fare cappellate. Dove stà il confine? Lo vedi tu? Entra la neve nella tenda perché colle sud era pieno di tende e la nostra gonnella era alta. Entra da utte le parti quella schifosa neve senza consistenza. Ma quando si fa a mucchi allora rompe veramente i coglioni.
Si infila negli scarponi, nei vestiti, si gela sulle pareti e te la ritrovi su tutto il sacco a pelo bagnato che si congela. Hai le mani fredde e quando dovrebbe esserci il sole stà tirando il vento, non hai un attimo di respiro. Continui a bestemmiare in turco perché quel lavoro è un lavoro duro. Sei a 8000m. Quattro numeri in fondo e troppi zeri, non valgono nulla. Eppure dicono che qui è facile. Io ho sofferto. Ma ho fatto i mio dovere.
In fondo erano due anni che non tornavo ad 8000 ed è stato piacevole scoprire che ancora ce la faccio. Se qualcuno ti dà fiducia è più facile, ma non basta, forse un po’ ci devi essere portato, chissà. In fondo qualcuno mi disse che gli Sherpa lo sono, guarda che cosa riescono a combinare in alta quota. Secondo me è così.
Ma questa spedizione che di alpinistico ha avuto ben poco, non ho solo sofferto, ho scoperto una organizzazione fatta di persone che lavorano. Ho scoperto una piramide nel deserto di montagne retto sul lavoro di Nepalesi e di Italiani.
Tecnologia, scienza, Italia e Nepal, ed un po’ di alpinismo sul tetto del mondo.
Cosa mi rimane? Un sacco di filmati, un bell’odore, la sensazione che tornerò a realizzare qualche progetto che nel frattempo guardandomi intorno ho sognato.
Già i Nepalesi, gli Sherpa. Che gente. Oggi un lodge nella valle del Khumbu vale anche 400.000 euro, andatelo ad acquistare se pensate che sia un buon affare. Forse lo era. Migliaia di persone ho incontrato, a volte per passare sui ponti dovevo attendere, fare la fila. Gli Sherpa, quei cinque fantastici e stronzi Sherpa. Forti come il vento dell’Himalaya ma che ci hanno abbandonato nella fase finale. Forse a posteriori avevano ragione, forse si sono messi paura. Avevamo ancora un sensore nascosto tra le gonnelle della comunicazione da portare su. Ci contavo, ci credevo anche un po’. Ma non ci sono state le condizioni, non c’erano gli Sherpa forse neanche troppo le energie ma di certo c’era il vento. Forse, anzi sicuramente un giorno troppo tardi. Con i forse non si costruiscono le case si fanno cimiteri. Gli Sherpa comunque in quota hanno veramente una marcia in più. Poi sono simpatici quelli che hanno lavorato con noi e che culo che si sono fatti per portare la stazione ad 8000m, si con l’ossigeno, ma è uguale eravamo lì per lavorare non per fare i sacrificati all’Everest.
Quante cose vorrei raccontare, anche dei 100 dollari che mi hanno preso per una visita medica al campo base. Due dottoresse, un dottore Nepalese, il thè le risate e Goat and Tiger un gioco strano Nepalese in cui non ho avuto chance. Anzi, quando dico al Dottore che dovevo salire al C2 diretto a 6400m lui mi dice, “Vai tranquillo, prendi tutti e quattro gli antibiotici insieme e vedrai che starai meglio, tecnica Base camp…” mi dice ed io obbedisco…
Chiudo questo racconto un po’ strano con l’incontro più strano di tutti. A Kathmandu alla solita e mitica Fire and Ice, la pizzeria della Napoletana che ha aperto anche in India, chi ti incontro? Steve House e Marco Prezelj. Come li saluto si alzano in piedi e ci vengono a salutare, si alzano più velocemente di come facciamo io ed il Berna. Un po’ come i duelli nel west, solo che invece di tirare fuori le pistole si muove l’educazione. Parliamo in piedi al centro del locale del più e del meno. Sono al centro, a destra ho il Berna che è come se avesse vinto il Piolet d’Or con la salita della Nord del GII, peccato per il suo tentativo alla nord del GI. Poi avevo Marco prezelj a continuare, beh io non lo so quante volte lo ha vinto ed anche se non lo avesse mai vinto…che mito! Poi Steve House con cui mi sono messaggiato dopo e prima la Charakusa Valley in Pakistan. Mitica la sua salita al K7. Lui si ricordava bene e ci siamo dati appuntamento su Skype come due innamorati. Alla fine c’ero io. Già, io, terrone di adozione Montanara. E già stavo pensando al caldo calcare dei Monti Lepini ed al mare delle mie isole preferite… a presto e come sempre nel cuore e nella mente Mountain Freedom, Daniele.
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