Share Everest 2011

I video di Share Everest 2011 presto su http://www.vimeo.com/danielenardi

http://vimeo.com/24709823

In fondo parte della mia vita ha significato fare il tecnico. Ho calibrato sensori di umidità e temperatura e li ho piazzati nei sistemi automatici di produzione e di inscatolamento in diverse aziende. Adesso mi chiedono di andare a ripristinare la stazione più alta del mondo. Una stazione posizionata a colle sud a 8000m. Si unisce la passione con la tecnica. Bene dico, allora si parte! La destinazione una delle solite, il Nepal, la montagna, la più grossa di tutte, l’Everest. Quando mi chiedono se l’Everest è facile rispondo secco, senza ossigeno è tra le montagne più difficili del mondo, forse la più difficile. Neanche quest’anno qualcuno è riuscito nell’intento di scalarla senza ausilio supplementare di ossigeno. Centinaia quelli invece che lo hanno usato. Non basta che i “Doctor” dell’ICE Falll rendino agibile l’accesso ai 6000m o che Sherpa di varie spedizioni fissino centinaia di metri di corda, nessuno c’è riuscito, neanche Steck. Certo era stanco immagino dai due 8000 in velocità precedenti, ma, ad 8700m ha fatto dietro front. In fondo anche noi abbiamo fatto due volte colle sud. Alla seconda il vento ci ha fermato, ma la nostra è una storia diversa, eravamo lì per lavorare., per la scienza Italiana…è uno sporco lavoro, quello della ricerca, ma qualcuno dovrà pur aiutarla, no?

E’ divertente pensare che il giorno prima della partenza avevo riacceso la croce di Sezze. Sapete la passione di Cristo? A Sezze, il mio paese natale, c’è una croce che la rappresenta, alta più di sessanta m. Ebbene, il giorno prima ero salito su quella croce per sostituire una lampadina. Divertente pensare dalla vetta della Croce di Sezze per cambiare una lampadina a colle sud ( 8000m ) sull ‘Everest per il CNR a cambiare una stazione meteorologica.

Mi hanno chiesto quale è stata la cosa più difficile “ Superare la febbre virale del Khumbu, recuperare tre giorni a letto con 39 e mezzo di febbre, far smaltire gli antibiotici, non mollare ( www.ClimbYourSelf.com ), avrei potuto, salire diretto a campo 2 ed accompagnare il Berna a campo 4 ad 8000m dopo pochi giorni, questa è stata la cosa più dura! Il resto poi è stata una passeggiata di salute.”.

Il seguito non è stato proprio così, un conto è camminare con il vento un conto avvitare viti, issare pali, stringere morsetti e sperare che tutto sia andato bene. Lo sanno i nostri predecessori, Gnaro, Enzio e Confortola, la loro era ancora in fase sperimentale e ci hanno passato in un certo senso l’esperienza che serve e a chi ripete per essere ancora più preciso. E’ grazie a loro se ora quei due pali sono in piedi, se la stazione è migliorata. Quanto rimarrà in piedi questa volta? Io non lo so ma spero tanto. Ho ancora un po’ di fremito allo stomaco. Continuo a ripassare a memoria  i movimenti per ricordare se ho dimenticato qualche passo nel montaggio, nel serrare se manca qualcosa. Nulla…almeno sembra.

La parte che più mi ha divertito invece è stato fare le riprese, mi diverte, mi emoziona riguardare le immagini, ascoltare le voci e siccome piace a pochi soffrire in quota per farle io le faccio. E cerco di fare del mio meglio come in tutte le cose. Poi vabbeh qualche volta faccio casini ma a chi non capita scagli la prima pietra. Everest, 8000m, sembra quasi tutto un gioco ormai. Sali e scendi tanto è facile ed intanto, ogni tanto qualcuno si fa male. Qualcuno si  gioca il naso, altri le palle, poi scopri che non è necessario l’Everest basta il Lhotse. Noi abbiamo parlato ad 8000m, poi ho sentito le registrazioni, era tutto diverso da quello che ricordavamo. Forse i giornalisti, soprattutto quelli amici avrebbero dovuto capire.Fa freddo in quota, di ossigeno ce n’è poco, poi abbiamo bisogno di parlare, a volte non lo sappiamo neanche noi. E’ ben sottile il confine e non ci piace fare cappellate. Dove stà il confine? Lo vedi tu? Entra la neve nella tenda perché colle sud era pieno di tende e la nostra gonnella era alta. Entra da utte le parti quella schifosa neve senza consistenza. Ma quando si fa a mucchi allora rompe veramente i coglioni.

Si infila negli scarponi, nei vestiti, si gela sulle pareti e te la ritrovi su tutto il sacco a pelo bagnato che si congela. Hai le mani fredde e quando dovrebbe esserci il sole stà tirando il vento, non hai un attimo di respiro. Continui a bestemmiare in turco perché quel lavoro è un lavoro duro. Sei a 8000m. Quattro numeri in fondo e troppi zeri, non valgono nulla. Eppure dicono che qui è facile. Io ho sofferto. Ma ho fatto i mio dovere.

In fondo erano due anni che non tornavo ad 8000 ed è stato piacevole scoprire che ancora ce la faccio. Se qualcuno ti dà fiducia è più facile, ma non basta, forse un po’ ci devi essere portato, chissà. In fondo qualcuno mi disse che gli Sherpa lo sono, guarda che cosa riescono a combinare in alta quota. Secondo me è così.

Ma questa spedizione che di alpinistico ha avuto ben poco, non ho solo sofferto, ho scoperto una organizzazione fatta di persone che lavorano. Ho scoperto una piramide nel deserto di montagne retto sul lavoro di Nepalesi e di Italiani.

Tecnologia, scienza, Italia e Nepal, ed un po’ di alpinismo sul tetto del mondo.

Cosa mi rimane? Un sacco di filmati, un bell’odore, la sensazione che tornerò a realizzare qualche progetto che nel frattempo guardandomi intorno ho sognato.

Già i Nepalesi, gli Sherpa. Che gente. Oggi un lodge nella valle del Khumbu vale anche 400.000 euro, andatelo ad acquistare se pensate che sia un buon affare. Forse lo era. Migliaia di persone ho incontrato, a volte per passare sui ponti dovevo attendere, fare la fila. Gli Sherpa, quei cinque fantastici e stronzi Sherpa. Forti come il vento dell’Himalaya ma che ci hanno abbandonato nella fase finale. Forse a posteriori avevano ragione, forse si sono messi paura. Avevamo ancora un sensore nascosto tra le gonnelle  della comunicazione da portare su. Ci contavo, ci credevo anche un po’. Ma non ci sono state le condizioni, non c’erano gli Sherpa forse neanche troppo le energie ma di certo c’era il vento. Forse, anzi sicuramente un giorno troppo tardi. Con i forse non si costruiscono le case si fanno cimiteri.  Gli Sherpa comunque in quota hanno veramente una marcia in più. Poi sono simpatici quelli che hanno lavorato con noi e che culo che si sono fatti per portare la stazione ad 8000m, si con l’ossigeno, ma è uguale eravamo lì per lavorare non per fare i sacrificati all’Everest.

Quante cose vorrei raccontare, anche dei 100 dollari che mi hanno preso per una visita medica al campo base. Due dottoresse, un dottore Nepalese, il thè le risate e Goat and Tiger un gioco strano Nepalese in cui non ho avuto chance. Anzi, quando dico al Dottore che dovevo salire al C2 diretto a 6400m lui mi dice, “Vai tranquillo, prendi tutti e quattro gli antibiotici insieme e vedrai che starai meglio, tecnica Base camp…” mi dice ed io obbedisco…

Chiudo questo racconto un po’ strano con l’incontro più strano di tutti. A Kathmandu alla solita e mitica Fire and Ice, la pizzeria della Napoletana che ha aperto anche in India, chi ti incontro? Steve House e Marco Prezelj. Come li saluto si alzano in piedi e ci vengono a salutare, si alzano più velocemente di come facciamo io ed il Berna. Un po’ come i duelli nel west, solo che invece di tirare fuori le pistole si muove l’educazione. Parliamo in piedi al centro del locale del più e del meno. Sono al centro, a destra ho il Berna che è come se avesse vinto il Piolet d’Or con la salita della Nord del GII, peccato per il suo tentativo alla nord del GI.  Poi avevo Marco prezelj a continuare, beh io non lo so quante volte lo ha vinto ed anche se non lo avesse mai vinto…che mito! Poi Steve House con cui mi sono messaggiato dopo e prima la Charakusa Valley in Pakistan. Mitica la sua salita al K7. Lui si ricordava bene e ci siamo dati appuntamento su Skype come due innamorati. Alla fine c’ero io. Già, io, terrone di adozione Montanara. E già stavo pensando al caldo calcare dei Monti Lepini ed al mare delle mie isole preferite… a presto e come sempre nel cuore e nella mente Mountain Freedom, Daniele.

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Repentance super wi 5+/6 Valnontey, Cogne

Testo e montaggio: Daniele Nardi

Video : Damiano Barabino

Foto : Lorenzo

Team : tutti e tre.

C’è poco da raccontare, ci siamo divertiti su una cascata fantastica in condizioni praticamente ideali.

Godetevi foto e filmato, che è la cosa migliore.

L’esperienza per me? Quando sei con la gente giusta è tutta una risata e le cose ti vengono facili anche se io in effetti questa volta con la febbre ed il raffreddore tanto in forma non lo ero…

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Pizzo Deta – Forse via nuova – …acci tuoi! Il battesimo di Ale.

Una vecchia salita ripescata dal cappello, buona lettura.

Dan.

Relazione tecnica, Pizzo Deta 2041m anno: passato : ???

Team: Daniele ed Alessandro Di Lenola

Lato: Valle Roveto conusciuto come Peschiomacello.

Inizio: invece che affrontare il primo vero cambio di pendenza nel vallone di Peschiomacello virare drasticamente a sx ed infilarsi nell’imbuto che si forma tra una netta lama staccata di roccia molto grande.

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Per arrivare all’attacco della salita si impiegano circa 2-3 ore a seconda di quanta neve c’è. L’attacco è appunto tra la gigantesca lama staccata di roccia e la prima parete che si incontra salendo il famoso vallone di Peschiomacello. In realtà per andare a prendere i torrioni di roccia del lato che guarda la valle Roveto bisognerebbe aggirare sempre a sx la lama. In realtà questa volta ci si è immessi nel bel mezzo. Il primo tiro è un pendio che si aggira sui 55° di pendenza ben ghiacciato 25m circa con un saltino a 60° prima di incontrare un chiodo arrugginito esattamente sulla placca a dx. Da qui allestire una sosta sulle piccozze e si affronta il 2° tiro, il primo impegnativo. Il salto di un masso gigante incastrato tra la lama e la parete il cui scavalcamento è impegnativo in quanto la parete sul lato dx è molto liscia ed incrostata di neve inconsistente. Saltato il masso se ne incontra un altro masso più piccolo incastrato in cui si passa sotto strisciando come serpi. Dopodichè si può decidere se uscire in parete aperta oppure sguisciare sotto, terzo masso incastrato e fuoriuscire. Noi siamo usciti in parete con passaggio delicato. Un pendio a 45/50° porta ad un masso da dove da una lametta si può assicurare il secondo di cordata. Tirando via a sx si percorre un tiro con goulotte a 65° gradi ben formata niente di difficile e si passa attraverso degli arbusti a scavalcare una costola. Si segue la linea logica verso dx fino ad una placca che sbarra la strada dove si fa sosta, saltini ghiacciati a 60°. tiri per ora corti al max 30 m. Si esce a dx per 50 m e poi sulla sx. Si taglia di netto a dx per 45 m per andare a prendere la parte della parete che sembra più rotta. In realtà qui ci sono i passaggi chiave della via. Due tiri, fattibili in uno solo lungo se il compagno di cordata sa fare sicurezza. Sul lato sx è stato lasciato un chiodo arancione in sosta. Affrontare non il diedro a sx ma la fessura centrale ( non quella a dx ). Qui il passaggio che con la neve inconsistente ho trovato molto delicato. In alto a circa una ventina di m un altro chiodo grigiastro da dove ho fatto sosta. Sopra verso dx un altra fessura intasata di ghiaccio con passaggi su erba ghiacciata. Lasciati su questo tiro 2 chiodi da roccia uno a lama l’altro a u. Si esce per 40/45 m fino alla parete di roccia soprastante dove dopo aver finito i chiodi fare la sosta è stato molto complicato (utili per fare la sosta due micro friend). A questo punto si tira leggermente a dx e poi dritti per 50m su pendii ghiacciati max 55°/60°. Poi ancora dritti per latri 50 m. Poi sempre su traversando un paio di volte fìno a guadagnare la vetta dopo un paio di false vette. Partenza dal paese di roccavivi alle 8,00am ed arrivo in vetta alle 16,00pm.

Nome della via “…acci tuoi! Il battesimo di Ale.”

PS: 4 chiodi sono stati lasciati in parete. Ci si poteva mettere un po’ di meno ma ho perso un po’ di tempo a spiegare ad Alessandro come si faceva sicura e come si toglievano i Friend. ;-)

Seguire la linea blu, la rossa è la clssica di Peschiomacello

La partenza è la linea rossa

La linea rossa e quella blu sono altri due tiri quelli piu impegnativi.

Jackson – parete Nord dell Droites

Testo Daniele Nardi

Foto e Video Damiano Barabino

Una giornata tra amici. Senza aspettative. L’appuntamento è a Genova, il venerdi. Salgo direttamente da Roma dopo un appuntamento di lavoro. Arriviamo a Courmayeur, si dorme. La mattina facciamo la coda al tunnel intasato da un camion fermo. Contiamo i minuti per non perdere la prima dei Montet da Chamonix. Una bella salita anche se il ghiaccio non era straordinario ma in condizioni. Decidiamo per la Jackson alla parete nord delle Droites, una variante della famosa Ginat. L’avvicinamento non è lungo, incontro Marco Farina e d i suoi amici, ci siamo conosciuti in Patagonia e ci ritroviamo qui per caso. Saliamo la parete in poco più di sei ore e la sera ci ritroviamo al bivacco invernale del Couvercle. Il giorno dopo in mattinata siamo a Chamonix. Giriamo, parliamo, qualche nuovo progetto per la testa, chissà.

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Patagonia – Saint Exupery

Testo di Daniele Nardi

Foto di Andrea Di Donato

Daniele Nardi sulla fessura di artificiale

L’idea viene dall’attesa. Dopo il tentativo al Cerro Torre aspettiamo due giorni al campo Nipo Nino. Abbiamo portato sufficienti cibarie per restare qui qualche giorno e la meteo ci premia. Una bellissima giornata ci porta a scegliere una via sulla Saint Exupery una guglia di granito a lato del Fitz Roy. Sono con Marcello Sanguineti, io e lui. Entrambe le cordate si dirigono verso la Saint Exupery. La via non è difficile ma impegnativa. La giornata è fantastica ed è un ottimo modo per terminare una vacanza alpinistica piena di imprevisti. La giornata termina alle 19,00 in vetta alla guglia non senza incidenti, purtroppo. Ad un tiro di corda dalla vetta una placca di neve e ghiaccio si stacca sotto i miei piedi. Erano gia passate altre cordate su quelle orme arrivate anche da altre vie. Ma la neve aveva deciso di cedere proprio al mio passaggio. Ero stato delicato per saltare dalla neve alla roccia ma si vede non a sufficienza o chissà, magari semplicemente era arrivato il suo tempo. Con la placca sono venuto giu anche io per un 10 metri, a testa in giu mi sono fermato a pochi metri dal salto di roccia. La corda si ferma a cavallo di un roccione e si incastrata dentro la neve soffice tagliata di netto. Urlo il nome di Marcello, lui tiene la corda, mi fermo. Riparto subito dopo averlo recuperato ad una sosta intermedia ed è vetta. Una vetta importante per il morale. Cominciamo la discesa; è lunga e non facciamo in tempo a superare una parte complicata dell’avvicinamento prima della notte. Decidiamo di bivaccare all’aperto. Rientriamo in tenda la mattina e poi giù ad El Chalten. Una vetta ma tante riflessioni. Una via mai difficile se non fosse altro per due tiri di artificiale impegnativi verso la fine quando sbagliamo la linea. Una via, tante riflessioni. In questi giorni un grave incidente sul Fitz Roy. Lui si fa male. Lei scende non riuscendo a calarlo dal 35mo tiro di corda. I soccorsi non possono partire, l’elicottero non decolla, forse per i venti, non so, non ho voluto sapere. Che terra è quella lassù? C’è qualcuno che chiama queste spedizioni, viaggi. Ci sono cascato anche io. Rifletto in queste ore, poteva accadere anche a me, era quasi accaduto mi sono giocato un Jolly. Esistono qui i soccorsi? Ripenso a Maestri ed ai suoi “bolt” tanto criticati. Era un altra epoca ed oggi? Quella via è ancora “difficile” ma non tanto per la sua lunghezza e le difficoltà tecniche praticamente annullate dai bolt, o quasi, o dal livello tecnico decisamente cresciuto, o dallo stile alpino. Il Cerro Torre guarda sullo Hielo tutto ciò che arriva da Ovest si ferma prima sul Cerro Torre. Tutto arriva da Ovest. E’ strana questa terra, la terra Patagonica. El Chalten, ci sono troppe comodità, oggi. Quando parti ti sembra di essere sulle Alpi, non è così. E’ facile criticare fra il moderno e l’antico. Fra la velocità ed il mito. Abbiamo scelto di scendere dal Cerro Torre non perchè mancava un bolt o perchè gocciolava acqua ma perchè l’istinto ci aveva detto che non saremmo sopravvissuti a quella notte senza un adeguato abbigliamento. Durante la notte si alza la bufera, il Torre si è chiuso, i venti soffiano forte, noi siamo a valle. Poi il salto sulla Saint Exupery e l’incidente al Fitz Roy. Torno a casa con tante riflessioni da fare su questo Alpinismo spinto ai limiti dalle prestazioni in ambienti dove un semplice dettaglio fa la differenza tra vivere e rimanere lassù. Dove con il bel tempo una salita è quasi facile ed in condizioni normali è quasi impossibile. Dove definire le condizioni è sempre più facile grazie alle previsioni meteo sempre più accurate, ma che rimangono comunque, qui, previsioni e non certezze. Torno a casa abbastanza soddisfatto, ma di cattivo umore. Una grande esperienza. Devo riflettere ho bisogno di tempo. Con tante emozioni da catalogare. Ma sono certo che tornerò.

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PAtagonia – Tentativo al Cerro Torre

Foto di Daniele Nardi e Andrea Di Donato

 

Daniele Nardi con alle spalle il Fitz Roy

Il tentativo al torre è stato veramente da sballo. Ci siamo ritrovati Io, Marcello Sanguineti ed Andrea Di Donato. Una cordata a tre per la via del compressore di Cesare Maestri. Dalle previsioni meteo era evidente che ci sarebbe stato un peggioramento delle condizioni. Non era tuttavia certo in che momento sarebbero cambiate. In Patagonia puoi essere prudentemente sicuro delle previsioni meteo per due giorni, mentre quando si comincia a parlare di terzo o quarto giorno diventano assai inaffidabili. Abbiamo la radio con noi e ci siamo prefissi di contattare Maria dello Shop Patagonia Hikes per una lettura delle previsioni nei giorni successivi alla partenza. Il primo giorno arriviamo al campo Nipo Nino con l’intenzione di rimanere piu giorni. LA mattina successiva affrontiamo la salita che ci porta di lato al campo Norvegese e poi fino alla spalla conosciuta come l’Hombro. Qui incontriamo due amici Italiani del corpo sportivo militare di Haute Montagne di Courmayeur, Marco Farina e Davide Spini. Quando arriviamo sulla spalla loro erano già in parete. Purtroppo il vento forte della giornata li costringe alla discesa. Cominciano cosi le operazioni di costruzione della truna dove rimarremo tutti e cinque a bivaccare in attesa dell’alba. Siamo tutti molto motivati. La roccia non è in perfette condizioni spesso è sporca di neve e questo rallenta le operazioni di scalata. Il tempo sin dalla mattina non ci incoraggia molto ma siamo decisi a fare un tentativo mentre i nostri due amici Italiani decidono saggiamente di scendere. Continuiamo a scalare fino al tredicesimo tiro al famoso Monumental Bolt Traverse. Al termine del primo tiro del traverso manca un bolt e la progressione si fa complicata. La neve sulla parete si scioglie e lascia cadere acqua e pezzi di ghaccio. Il vento si alza. Compaiono le prime nuvole, siamo in tre e sicuramente più lenti di una cordata a due. Decidiamo di scendere. Lunga ed interminabile arriviamo alle 22,00 di sera al campo Nipo Nino. Una bellissima avventura e non ho nulla da rimpiangere. Sono certo che prima o poi ci saranno altre opportunità di ritentare la scalata.

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Patagonia – tentativi al Cerro Standhart

Foto di Daniele Nardi e Andrea Di Donato.

Daniele NardiIl primo tentativo alla Standhart comincia ad un orario strano per me ed Andrea Di Donato. Nei giorni precedenti al tentativo è scesa tanta neve ed arrivare al campo Nipo Nino ha significato affrontare tanta neve fresca. La fortuna è che qualcuno partito prima di noi ha battuto la traccia, il che ci agevola la salita al campo.

Cerro Torre, Torre Egger, Cerro Standhart foto. D.N.

Non siamo stati altrettanto fortunati la notte quando lasciamo il campo. La neve è alta e si sfonda molto. Per questo abbiamo deciso di partire molto presto, alle 22,00 circa lasciamo il campo. E’ una vera lotta, sopratutto quando comincia il pendio finale che porta al colle Standhart.

Daniele al colle Standhart foto di A.D.D.

In alcuni punti siamo veramente indecisi su cosa fare se continuare oppure tornare indietro. In effetti il pendio è ripido a sufficienza per scaricare giù tutta quella neve soffice. Ma grazie alla cordata di Marcello che ci dà il cambio al comando ed un aiuto a battere la traccia decidiamo di continuare. I primi tiri sopra il colle vado avanti io. Non sono affatto banali. La neve appena scesa ha reso i tiri piuttosto impegnativi e non è facile capire quale fessura seguire.

Secondo tiro di misto foto A.D.D.Al secondo tiro scalo quella sbagliata, anzi salgo quella giusta ma che avrei dovuto lasciare dopo un po’. Ridiscendo, traverso e riprendo quella giusta. Pulisco le fessure e proteggo allo stesso tempo. Alcuni passaggi molto delicati su una placca di granito compatta mi permettono di arrivare alla sosta e di far salire Andrea.

Secondo tiro di misto foto A.D.D.

Ci vogliono svariate ore per fare tutto questo e di certo non si puo dire che siamo veloci. Da qui, dal terzo tiro, comincia un lungo traverso che ci porta alla base del camino che con 4 o 5 tiri di ghiaccio incassato portano sulla cresta da cui con altri due tiri si è sulla cresta finale e poi con un traverso si dovrebbe riuscire ad arrivare alla base del fungo sommitale.

Parte facile del traverso foto A.D.D.All’imbocco del camino lasciamo passare la cordata dell’amico Marcello Sanguineti  senza però renderci conto che due cordate assieme in quella spaccatura naturale della roccia non possono salire. Gia giorni addietro era avvenuto un incidente per la caduta di un blocco di ghiaccio sulla cordata sottostante che aveva causato una bella contusione ed un grande spavento per la seconda cordata di Norvegesi. Avevamo deciso di unire le due cordate al fine di ridurre i rischi ma è stata sicuramente una scelta sbagliata. Due cordate insieme in quella stretta fenditura corrono troppi rischi a causa della caduta di ghiaccio.
La montagna è anche questo ed a quel punto il caso ha voluto che rinunciassimo alla salita promettendoci di riprovare più avanti e cominciando la discesa. I due amici Italiani riescono a scalare la goulotte di 4 o 5 tiri e si fermano al suo termine probabilmente per l’ora tarda che si era venuta a fare. Io e Andrea ridiscendiamo con una serie di doppie. Qualche giorno dopo mossi da una presunta finestra di bel tempo corriamo di nuovo al Nipo Nino, ma nevica ancora una volta. Tanto è il desiderio che la notte partiamo ugualmente ma questa volta non arriveremo neanche al colle Standhart.

Primo tiro di misto foto A.D.D.

Rebuffat – Terray Auguille du Pelerins

Venerdi 29 ottobre Chamonix, Auguille du Pelerins

In ottime condizioni, una goulotte superba.

Mai estrema ma decisamente bella.

Con Marcello Sanguineti e marco Appino.

http://vimeo.com/16841008

 

Jagerhorn – “Direttissima” – nuova via

Jagerhorn – Direttissima.

Valutazione d’insieme TD+

Altezza 900 m

Pendii a 60° con prevalenza di ghiaccio a 70/80° e tratti a 90°.

Vari tiri di misto su M5.

Ferdinando Rollando, Giovanni Pagnoncelli, Daniele Nardi.

Venerdi 22 ottobre 2010 la salita.

Prefazione.

Io ho un idea fissa in testa da diversi anni che non riesco a schiodare, la Colton/McIntyre alla Nord delle Jorasses. Per una sfortuita coincidenza un paio di settimane fa salta la possibilità di avere un compagno per andare e mi ritrovo comunque a salire in un paio di giorni Gabarrou Albinoni e poi il Supercolouir al mont Blanc du Tacul. Adesso voglio proprio riprovarci ma Giovanni Pagnoncelli mi chiama ed insiste giorno dopo giorno sull’andare a vedere una lacrima di linea, come dice lui, che scende super diretta dalla vetta dello Jagerhorn al Monte Rosa. La parete Est del Monte Rosa è larga ed alta e sul suo bordo destro si erge una cima che appunto si chiama Jagerhorn di 3970m. Una cima a cui mancano 30 m ad essere un 4000 è sicuramente una cima sfigata, sopratutto se sulla sua testa nasce poi il bivacco di Gallarate da cui si parte per fare quei famosissimi 500 m della cresta di Santa Caterina, lo è chiaramente ancor di più.

Introduzione.

Mi lascio convincere, si vede che le Jorasses dovranno attendere ancora un po’, ed a posteriori direi per fortuna che Giovanni mi ha convinto. Io non stò ancora bene, esco da un’influenza e da un raffreddore di serie A. Faccio fatica a salire al bivacco Belloni 2509m, niente di strano considerando il ritmo che questi due hanno imposto. Ma poi come sempre l’odore della montagna mi fa trasalire il tutto e come d’incanto mi sembra di rientrare in me stesso, non è la prima volta che mi capita. Comunque 3970 meno 2509 uguale 1461 metri da colmare di cui circa 500 di avvicinamento e circa 900m di salita.

Avvicinamento.

Non affatto banale. Usciti dal Belloni ci dirigiamo verso una punta che non mi ricordo come si chiama ma indicava il punto di accesso della cengia che ci avrebbe teletrasportati sul bordo inferiore del ghiacciaio del Piccolo Fillar. Passaggi di roccia in notturna alla ricerca della soluzione più semplice per attraversarla. Arriviamo sul ghiacciaio con un passaggio esposto di 4° in discesa. Ramponiamo e decidiamo di tirare una linea diretta e dritta fino alla base della parete. Sbagliato. Ci infiliamo dentro una serie di linee di crepacci e buchi. Ma con un po’ di esperienza e qualche saltino in piolet traction arriviamo alla base della parete. Ferdinando è veloce e sicuro, io seguo al centro e Giovanni è dietro.

Salita.

Cominciamo a salire ma la via si fa subito più verticale del previsto. Ci leghiamo e cominciamo ad alternare tiri a tratti di conserva fino a quando arriviamo al primo salto di ghiaccio. Lo tira Ferdinando, il ghiaccio è fantastico anche se a tratti sottile e poco protegibile. Un tratto di collegamento ci porta al secondo risalto verticale. L’uscita di questo tiro è sottile e non si capisce se è il caso di tirare dritto o deviare a destra. Ferdinando decide di uscire a destra, il ghiaccio sul bordo lascia trasparire il granito sottostante. Un passaggio di 5° su roccia ed una sosta precaria. Il tiro successivo è bellissimo ma su roccia, incastriamo le piccozze nelle fessure ed usciamo in alto. Passo avanti io e faccio il primo tiro di collegamento con neve fino alla cintola, affondando ed annaspando alla ricerca di ghiaccio che trovo un poco appoggiato per pochi metri. Mi porto sotto un salto fantastico. E’ vero sono di parte, tocca a me e quindi penso che questo sia il tiro più bello della via. Salgo la prima parte quasi verticale, devio appena a destra e mi fermo sotto il salto decisamente verticale. Piazzo una vite, la paura che mi prende allo stomaco è che sopra non sarò più in grado di proteggere. Si intravede anche qui il granito sul bordo, il ghiaccio è a tratti sottile. Parto su dritto, mi sposto un po’ a sinistra. Cambio impugnatura sulle picche, tiro e mi sposto. Per uscire blocco sulla pica di destra ed arriva la neve inconsistente. Continuo a picchiare e non riesco a prendere nulla. Insisti e persisti alla fine riesco a trovare un punto in cui far tenere la becca ed esco. Fare sosta non è facile, continuo a salire, salire, gli altri giù già sono partiti. Alla fine scovo una fessura e piazzo velocemente due chiodi da granito. Faccio sicura mentre Ferdinando e Giovanni salgono. Giovanni passa avanti e tira tre tiri, uno su neve di raccordo, uno su ghiaccio e l’ultimo su misto scavalcando una parete che ostacolava il nostro avanzare. A quel punto passo avanti nuovamente io. Le ore ed i metri si alternano come le lancette dell’orologio sul quadrante. Loro sanno che stanno scorrendo ma la mia sensazione è che voglio uscire, che sento freddo, che il vento si sta alzando e che quella neve soffice fino alla cintola che si alterna a muri di ghiaccio e di misto mi ha veramente seccato. Faccio il primo muro per una trentina di metri, e devo ammettere mi è piaciuto molto, una parete di misto tipo Scozia. Esco e continuo a battere traccia. Alternando conserva a tiri. Raggiungiamo la cresta di sinistra e continuo, continuo a bucare, a pestare, infilare la piccozza in quel tutto. Un altro tiro di misto quando la notte era ormai calata mi impegna abbastanza ma ormai la cosa è diventata divertente, non sento più nulla, dico alla montagna che mi stà facendo incazzare e rido. Quando esco mi rendo conto che la Luna ci stà illuminando la via, è piena, anche noi lo siamo. Manca mezzo tiro alla cresta. Faccio sosta perché sopra di me il vento ulula. Arrivano e riparto in conserva, saltiamo su ed a 20 metri il bivacco di Gallarate. Ma non sento un tubo, il vento ci schiaffeggia ad 80 all’ora e le gambe mi tremano dal freddo. Ma è tutto sotto controllo, apriamo la porta ed entriamo. Il fornello parte subito per sciogliere della neve.

La discesa in elicottero.

Una bella chiacchierata sulla salita che ritengo bellissima e direttissima in un posto in cui tutto penseresti tranne che nessuno l’abbia già salita. Ma pare proprio così, una via nuova. Siamo usciti all’incirca alle 20,00. Faceva freddo e credo che tutti soffrirebbero il freddo in una situazione del genere, se escludiamo Bonatti ed un altro paio. Ma noi siamo normali ed il freddo lo abbiamo sofferto come lo soffrirebbe chiunque altro che apre una via di 900m su una parete del genere. Giovanni e Ferdinando hanno problemi ai piedi anche io ma mi conosco per me non è grave. Decidiamo di aspettare la mattina per decidere ma a metà notte Ferdinando si sveglia e ci mette a conoscenza che non sente più le dita dei piedi. Potremmo anche scendere a piedi ma visto che il tempo non è bellissimo è certo che prenderemo del freddo. Siamo d’accordo non è il caso di rischiare le dita dei piedi. Anche Giovanni in fondo non sa bene come interpretare quella insensibilità. Il telefono non prende ma alla fine riusciamo a chiamare il 118 che accoglie la nostra richiesta. Scendiamo al colle e l’Agusta giallo ci tira su ed in men che non si dica siamo giù a Macugnaga e poi all’ospedale di Borgo Sesia. Giovanni e Ferdinando hanno bisogno di un accertamento al CTO di Torino mentre io firmo e me ne vado a mangiare i Ravioli all’Hostaria del Moro.

Prologo.

Ravioli, filetto, contorno di verdure grigliate, una crostata in crema e mela un bicchiere di vino rosso. A posteriori la scelta di scendere in elicottero è stata una scelta giusta, a mio avviso passare altre ore sul ghiacciaio ci avrebbe pregiudicato qualche dito dei piedi. Un caloroso grazie và al soccorso alpino del 118 che così prontamente ha accolto la nostra richiesta. Dopo però, mentre stavo per pagare, un gruppo di signori simpatici mi guarda vestito da alpinista con gli scarponi ai piedi e mi chiede. “Ma che sono scarpe da bicicletta?” Io pensavo che queste cose sarebbero potute accadere solo a Roma. Allora spiego bene la questione e cominciamo a bere limoncelli a tutto spiano, caldarroste offerte dagli alpini e via con la tarantella ed il rosso più buono del mondo. Insomma quando rientro al pronto soccorso sperando che i due compari di ventura fossero rientrati stavo in piedi per miracolo. Quello che ricordo è di aver dormito e russato sulla panchina del giardino di Borgo Sesia.

In compenso però i giornalisti hanno titolato alpinisti salvi per miracolo. Estratti dalla parete che non hanno finito. Un salvataggio eroico sulla parete est della Nordend. Noi invece abbiamo salito in stile alpino e pulito una bellissima parete, ci siamo un po’ congelati come può capitare a chiunque e per questioni pratiche abbiamo preferito non perdere le dita e chiedere aiuto. Uso il plurale perchè siamo una squadra.

http://vimeo.com/16790153

Pakistan – Charakusa Valley 2010 – Parte 2

Charakusa Valley 2010.  

Fase : Big Wall.

Perete : ovest del K7 west.

Grado : 7+ obbl. A2+/A3

Metri : 270m compiuti su circa 900.

Tentativo terminato all’8° tiro per caduta sassi e rottura del portaledge.

http://vimeo.com/16854248

Avevamo scelto la parete Est del K7 WEST. La parete è spettacolare e verticalissima. Una coppia di climber Russi, Oleg e Slawa arrivati prima di noi purtroppo avevano lo stesso obiettivo. Essendo loro in vantaggio di acclimatazione e di preparazione della salita abbiamo abbandonato l’idea di salire questa linea ed abbiamo cominciato a pensare un’alternativa.

Siamo rimasti affascinati da una struttura granitica alta circa 300m che abbiamo ribattezzato la “Chandelle” in onore del momento in cui ci siamo conosciuti io e Lorenzo alla Chandelle del Monte Bianco, al Pilier Centrale del Freney.

Parete ovest del K7 WEST

I due amici Russi ci spiegano che avrebbe fatto comodo anche a loro arrampicare in quattro. Una parete di queste dimensioni a volte è più semplice salirla in 4 piuttosto che in due. In questi giorni abbiamo saputo che hanno avuto la meglio sulla parete ma non sappiamo se hanno vinto la vetta del K7 West. Hanno la nostra stessa strategia, rischiare un po’ arrampicando con la pioggia ma sperando che al moemnbto opportuno ci si trovi abbastanza in alto per sfruttare al meglio il bel tempo. Hanno colto nel segno. Hanno preso una prima scarica di sassi che li ha bloccati per tre giorni circa ma poi hanno riattaccato proprio mentre anche noi risalivamo in parete.

Gli epiloghi tuttavia sono diversi. Al termine del quinto giorno di arrampicata all’uscita dell’ottavo tiro quando in realtà eravamo molto vicini alla cengia abbiamo preso una scarica di sassi enorme. Quel punto ci metteva già timore da tempo visto che più di una volta aveva fatto da scivolo alla caduta di sassi. Anche questa volta ci era andata bene ma il nostro portaledge è stato definitivamente danneggiato il chè a distanza mi ha dato la netta impressione di quanto sia stata forte la botta presa. Si è tranciato uno degli elastici che tiene i pali insieme ed un palo è andato perduto nel vuoto. Non solo, due degli innesti si sono ovalizzati il che ha definitivamente impedito l’innesto dei due pali sugli angolari.

La fessura fuori misura

Crack off width 2

In un primo momento non ci siamo accorti del danno così ingente. Il portaledge in realtà era appeso ma smontato nei pressi del punto di montaggio. Cosicchè per un paio di ore abbiamo tentato con il martello di innestare i pali e dormire. Solo più tardi ci siamo accorti della mancanza di un intero palo. Nella fessura c’era un enorme sasso incastrato con sopra del ghiaccio. Siamo riusciti a ricavare una piazzola dove abbiamo bivaccato. Il giorno successivo abbiamo recuperato il materiale sull’ottavo tiro incompleto ed abbiamo nostro malgrado cominciato la discesa dalla parete.

1 DAY : abbiamo trasportato tutto il materiale al campo base avanzato. Il campo distava 100m circa dalla parete, una distanza che abbiamo ritenuto valida per la sicurezza. La parete ha scaricato durante le piogge una enorme quantità di sassi e neve. Solo il nostro attacco era protetto dalla fessura alta e strapiombante.

2 DAY : Portato su l’ultimo materiale e Lorenzo parte per i primi 3 tiri.

1°tiro – Inizio in placca sotto la verticale della grande fessura. 6°/6°+, 35m.

2°tiro – Diedro bagnato superato in artificiale A2, 12m.

3°tiro – Lungo diedro fessurato scalabile in libera con roccia mediocre nella parte finale 5°+ , 45m.

3 DAY : Piove.

4 DAY : Piove.

5 DAY : Trasportato il materiale in parete e

4° tiro – Saltare sul terrazzo e proseguire su scaglie non sempre buone 6°, 30m

6 DAY : Trasportato materiale fino al 5° tiro.

5° tiro – Fessura in libera e tratto misto di libera ed artificiale molto delicato su scaglie sonanti fino a fessura cieca deviare a dx verso masso incastrato del primo bivacco 7°- , A2/A2+, 40m.

6° tiro – Fessura off-width, roccia superba, numeri 5 e 6 ( che non avevamo) buoni i n°4 a tratti. Passi in libera con soste sui 4 nelle posizioni buone. Lunga e verticale a tratti strapiombante con superamento di tettino e fessura che si stringe a costanza di numeri 1 e 2. Tratto in artificiale su granito bagnato utili i micro wall nut. 7°+ , A2, 50m. Tiro non completato al primo tentativo causa pioggia.

7 DAY : Sole e resting bagno al lago.

8 DAY : Piove.

9 DAY : Pioviccica ma si parte. Trasporto del materiale e bivacco alla fine del 5° tiro.

10 DAY :

6° tiro – completato.

7° tiro – Fessura obliqua bagnata sotto la pioggia. Tratti libera ed artfiiciale 6° ed A2, 30m.

8° tiro – Fessura cieca con pendolo in direzione della fessura grande. Roccia buona nella prima parte pessima nella fessura grande. Fessura da numeri 5 e 6. Pendolo su micro knife blade aleatorio. Quasi completato prima della scarica di sassi che ha distrutto il portaledge. A3, 25m.

11 DAY : Recupero del materiale sull’8° tiro e discesa.

12 DAY : Piove.

13 DAY : Recupero del materiale al campo base avanzato.

14 DAY : Partenza per Peak of Freedom.

Descrizione del tentativo.

La nostra scalata comincia con l’avvicinamento ed il trasporto di tutto il materiale al campo base avanzato. Due giorni di arrampicata ci portano a circa 130 m di altezza sulla parete. Ora aspettiamo il bel tempo che non arriva mai. Piove in continuazione anche a 6000 m. Una mattina che sembra un po’ migliore decidiamo di partire, di lasciarci alle spalle la valle e tagliare i ponti con la terra. Nel primo giorno issiamo tutto e cominciamo ad arrampicare lungo una fessura durissima e verticale. Una fessura off-width, fuori misura dove posizionare le protezioni è quasi impossibile. Dovremo avere un numero 5 almeno ed un altro 4 ma non è così. Siamo costretti a tirare su le uniche due protezioni valide e mi ritrovo a 20/25 m dalla sosta con una sola protezione davanti a me. Più su la fessura si restringe e si procede più spediti.

Il giorno successivo proviamo a superare la fessura bagnata a cui abbiamo rinunciato il giorno precedente.Il granito bagnato ci costringe ad un pendolo ed all’arrampicata artificiale ma una ennesima gigantesca scarica di sassi ci passa veramente vicino ma prende in pieno il portaledge e lo distrugge. Basta così, anche se superassimo questo durissimo tiro saremmo così scoperti da prenderci tutti i sassi in testa. 300M di dura e bella via, sicuramente una ripetizione visto che abbiamo trovato qualche spit in parete e qualche corda fissa che abbiamo decisamente tagliato per liberare la parete da questa immondizia. Scendiamo ed il giorno dopo si scatena l’inferno!

Un bel tentativo, una grande esperienza su una grande parete, io e Lorenzo dopo più di una settimana a fare su e giù dalle corde fisse ci arrendiamo all’evidenza dei fatti, senza portaledge e con quei nevai che buttano giù di tutto non è possibile continuare sarebbe una enorme roulette russa e non ne vale la pena. Un po’ rammaricati ci ritiriamo.

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